KIERKEGAARD Tramite tra Pascal e filosofia del 900. Pensatore danese. Recupera la dimensione trascendente dell’uomo di tipo originario, la religione non è assimilabile ad aspetti solo storici o storicisti. La religione ha un fondo ontologico originario quindi non comprensibile solo dalla storia.
La religione positiva è una religione definita quindi impoverita perché diventata storica deve essere di più, trascendente.
Critica ad Hegel difende la categoria del singolo, l’essere umano è il singolo da ciò che deriva la critica all’idealismo l’esistenza concreta non esiste, il singolo in Hegel è solo all’interno del processo, la filosofia hegeliana non vede alberi ma solo foreste e non si accorge che sono un’insieme di alberi.
Esistenza concreta (base filosofica Kierkegaard) e ragione astratta (base idealismo hegeliano)
Il singolo vive un’esistenza concreta cioè vive
nella categoria reale della possibilità che presuppone la scelta e instabilità esistenziale (che non, che si) l’individuo, la sua categoria, è dettata dalle contraddizioni che in Hegel si risolvono, in realtà non è vero. Prima di tutto perché ci sono le persone concrete che tengono alla loro vita base che delinea le differenze della filosofia di Hegel (logica a priori) e di Kierkegaard (logica momento per momento), l’io in continuo corso di definizione non è già finito.
“Entel elle” “ OUT OUT” “ET ET”= tutto ciò che ha detto si spiega così, dialettica hegeliana tutto ciò che avviene viene superato e inglobato nell’ aufebhung , ciò che è contrapposto viene superato (non ci sono contraddizioni irrisolte)
Out Out o l’uno o l’altro, non c’è conciliazione o scegli una cosa o l’altra, non si può arrivare ad una conciliazione. Out out tra io e assoluto, contraddizione che non si può risolvere, si può sviare però questa resta presente nell’esistenza umana (una sorta di coscienza infelice che non si risolve e rimane infelice) in Hegel questo si risolve tutto a favore dell’assoluto. Nel cristianesimo visto come paradosso irresolubile, desiderio del finito dell’infinito, questa tensione è molto bene presente nel cristianesimo e chi lo vive davvero coglie il vero paradosso dell’esistenza dell’uomo.
Out-out sono gli stadi dell’esistenza, della dialettica che non si risolve (o uno stadio o l’altro) non esiste l’illusoria sintesi. Stadi dell’esistenza: stadio estetico e stadio etico, salto nel paradosso della religione, tutto dipende dalla capacità decisionale.
1° stadio ESTETICO, la vita estetica è quella che vie il momento, l’attimo, cerca il piacere, il seduttore non riflette mai, cerca solo il piacere, è colui che agisce, vive l’azione che non ha un fine.
“ Don Giovanni” analisi dell’opera di Mozart abbiamo il seduttore vero e proprio, Don Giovanni è la musica, è pura e semplice musica, che da proprio l’idea di cosa sia la dimensione estetica, non è storia ne individuo è solo qualcosa che scorre e non si ferma mai, è la vera sensualità il godere di ciò che è stato spontaneo, sono amori spontanei, innocenti che nutrono l’amore per se stesso. Musica allegra, è una forma d’amore che è quello dell’esteta che ama non chi ha di fronte ma colui che ha di fronte gli dice che lo ama, non c’è male, seduttore sensuale che cerca con la sua azione di sfuggire dalla disperazione, se si ferma, immediatamente dovrebbe realizzare un senso di ciò che sta facendo, non si deve fermare perché si ferma lo spettacolo e il narcisista scopre la realtà della sua azione
“Diario del seduttore” il seduttore è psichico, non ama arrivare subito al dunque, è colui che costruisce trama di momenti e istanti che rendono il tempo eccezionale, da un senso di piacere al tempo senso di realizzazione dell’attesa. Il diario è una struttura descrittiva, rivive il piacere ricontemplandolo nello scenario., il seduttore cerca la fanciulla adatta (Cordelia) ama dominare la scena, sorta di teatro delle marionette che gli procura piacere. Gode di ciò perché il suo spirito è presente in tutto e in tutti ed è il narcisismo il suo scopo è il suo divertirsi, ma nel momento in cui dovrà rivelare se stesso, i suoi sentimenti, il diario cessa. Ha raggiunto il suo scopo, si è nutrito abbastanza.
Nerone altro narcisista, questo immergersi continuo in una vita di piacere ci fa capire la sua melanconia e la sua incapacità di trovare stabilità, incapacità di provare fino in fondo il piacere ( vuole far svanire il tempo, sorta di godimento nella mancanza di senso)
È uno stadio caratterizzato da spontaneismo, è ripetitivo, non vi è alcun progresso, non vi è nessuna conoscenza nuova. Per uscire c’è solo la possibilità di cogliere il nulla dello stadio e colta la disperazione e una volta giunti alla riflessione, si impone un salto che porta allo stadio etico, ma non è obbligatorio
2° stadio stadio etico richiede una decisione, se affrontarlo o no. Se ritorno però allo stadio estetico non è più lo stesso di prima, l’innocenza è stata perduta. È dedicato il momento centrale di “ OUT OUT” dove l’assessore Guglielmo manda una lettera al suo amico che è un’esteta dove cerca di spiegargli che non si può vivere sempre nello stadio estetico.
La figura dello stadio etico è il marito, nell’etica scelgo me stesso e in quel momento dovrò continuamente decidere , il peso della decisione, nel bene e nel male. L’io si rende conto di temporaneità e socialità che gli sta intorno, ed è ripetitivo per doveri e decisioni che si ripetono. È una sorta di storia.
Maritoha una famiglia, rinuncia a se stesso e ai suoi desideri e si deve realizzare all’interno della famiglia e ai suoi bisogni (dovere kantiano). Si è realizzato con una sola donna, in una realtà sociale ben precisa che prende decisioni per fini precisi.
Lo stadio etico non è così semplice, bisogna obbedire alla ripetizione e al dovere e può scadere nel filisteismo borghese vivere in modo ipocrita indossando maschere che ci portano solo al subire, niente basto sul vero (ne la famiglia ne l’amore ne le decisioni). Descritto anche dall’arte, angoscia della vita dei borghesi.
Lo stadio etico è anche uno stadio che racchiude in se in se una forma di incertezza che lo mina. Un senso negativo della propria insufficienza, consapevole che c’è qualcosa che non si realizza è inadeguatezza. Questa inadeguatezza porta alla predisposizione al male, vivere in modo etico, fa sentire incapaci, aspirare ad essere meglio ma non riuscirci. L’essere umano è predisposto all’incerto, al male e l’etica mette in luce tutto questo. Si è consapevoli di fare le scelte sbagliate e questo porta al male. Bisogna trattenere i moti che possono mettere in crisi la propria etica, bisogna reprimerli. È il dramma della coscienza dell’individuo ma sfocia anche in un conflitto che potrebbe essere risolutivo, della coscienza finita che aspira all’infinito.
In questa si realizza la contraddizione della disperazione o rinuncio all’io, a me stesso ricadendo nell’estetica (che non è una soluzione perché non è innocente ma disperata). Oppure deve superare la contraddizione e si può fare nella fede, l’essere umano non è compito nel finito e ha bisogno di un salto per andare oltre salto = deriva dalla scelta e il salto della fede non avviene nella storia nell’istante non è un evento storico non c’è un percorso dialettico se deve avvenire avviene nell’istante. La storia dell’individuo è fatta d’istanti.
L’istante fa cogliere la differenza ontologica tra finito e infinito ossia il salto della fede, allora ci rendiamo conto che non siamo chiusi e limitati nel semplice finito.
La fede richiede un qualcosa di superiore e questo è il salto nell’ignoto, non in una dimensione che noi conosciamo, non è vera fede, il cristianesimo è diventato la propagine del filisteismo borghese.
“TIMORE E TREMORE”
Il salto viene esemplificato dalla figura di Abramo che vuole sacrificare il figlio Isacco. In questo episodio troviamo che la fede è paradosso e scandalo, Abramo sta facendo un’azione contraria all’etica e quindi è superiore all’etica stessa e questo di fronte al vuoto era disposto ad uccidere il figlio ed è la fede che è paradosso e scandalo stesso. È una fede non conosciuta, ci pone la solitudine e un rapporto privato con Dio che conduce alla dimensione drammatica. Fede = certezza angosciosa e non ti fa diventare diverso dagli altri nel modo di vivere, è nella sua interiorità che è del tutto diverso, è un rapporto teso che vorrebbe la pace ma non la trova. La fede nel cristianesimo è quella vera nella figura di cristo che è la più paradossale, la fede tiene sempre aperta la categoria della possibilità come momento decisivo, come cosa non ancora garantita.
L’uomo è innanzitutto un singolo, ha la capacità di cogliersi in una dimensione trascendente, se scopri Dio cogli ciò che è la tua costituzione categorialecioè nella singolarità, sei indefinito, non porta al filisteismo ti porta al dubbio ti porta a voler essere qualcos’altro rispetto a te stesso.
Prima di tutto la singolarità è un rischio, scoprirla vuole dire scoprire la propria interiorità e insufficienza quindi il fallimento e il desiderio di autosufficienza che porta di nuovo al fallimento.
Uomo solo davanti all’abisso, ma questa solitudine lo salva, non diventa macchina o ingranaggio; deve però prima scoprire la sua insufficienza e accedere al piano più ampio ossia quello di Dio.
“IL CONCETTO DELL’ANGOSCIA”
distinzione tra ciò che è paura (di qualcosa di reale) e angoscia è un’esistenziale, l’angoscia in quanto tale è legata al nulla, apparentemente non deriva da una causa definita, essenza stessa della possibilità dell’essere nulla.
La possibilità è fare esperienza di questo vuoto ed è possibilità di essere l’ignoto, vuoto che sembra schiacciarci intorno, il divieto porta Adamo a scoprire la possibilità, lui sente l’angoscia quando appare il divieto divino, arriva la possibilità. Nulla = angosciante possibilità che tutti noi proviamo, timore del nulla dell’essere.
L’angoscia ci permette di comprendere al meglio la nostra singolarità e il suo paradosso.
La disperazione è una contraddizione in sé, la chiama malattia mortale, da una parte l’uomo vorrebbe realizzare se stesso ma questa realizzazione è impossibile perché si scontra con se stesso, con la propria finitudine, con il fallimento. Non possiamo creare la nostra autosufficienza.
Non riuscire a vivere a realizzare se stessi, l’angoscia è una scuola, soltanto una coscienza angosciata coglie di Dio, e si scopre non definita (ontologicamente non definito) deve rapportarsi con l’essere che sfugge, non sarà mai come l’essere ma cerca di realizzarsi per raggiungerlo.
Per i greci l’angoscia era la moira, il fato, il destino di qualche cosa di superiore a tutto e a tutti, che governa. Kafka analizza bene l’angoscia degli dei che è la legge di un dio che schiaccia gli uomini che cercano di essere fedeli al loro dio nonostante tutto, sopportano tutto ma vengono schiacciati. Per i cristiani l’angoscia si esprime attraverso il demoniaco che è il divertismant (di Pascal) cioè ognuno si nutre del proprio demone, vive nel volersi autodefinire e in questo demoniaco alla fine si scontra con il destino ossia con l’angoscia c’è quindi una fenomenologia dell’angoscia e soltanto accettandola l’essere umano si comprende, anche nel rapporto necessario con Dio, e fa capire la propria singolarità.
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